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Martedì, 27 Giugno 2017
F.I.C.S.F. WEB SITE: NEWS ED EVENTI indietro
Difendo uno stile

Da un quindicennio allenatori della FIC che non frequentano il mondo del canottaggio a sedile fisso su jole lariana ed elba lamentano di veder approdare alla disciplina "olimpica" i ragazzi di questa estrazione "troppo tardi" (cito parole loro) "quando il danno è fatto", grezzi e grossolani "prodotti della voga su jole"; di dover sudare sette camicie per sgrossarli di nuovo.

Anche i tecnici di formazione scorrevolistica che partecipano alla vita del "fisso" in virtù della doppia attività dei loro sodalizi mugugnano e bofonchiano sullo stato tecnico degli atleti che osservano nati dall’antica pratica.

Sottintendendo, deduco, che quello su jole debba servire meglio il canottaggio "principale" e non creare atleti indocili

…essendo, delle pratiche a sedile fermo, quella su lariana la più prossima e similare.

Di conseguenza, noi preparatori del fisso accusati di indurirli al punto di render loro difficile il passaggio da un gesto rudimentale ad uno fraseggiato tecnicamente in maniera corretta (sempre termini loro).

Essendo irritabile agli aggettivi impropri la cosa mi solleva dalla remissività

per sostenere nero su bianco che la tecnica del fisso su lariana ha una ragione pratica, in un gesto che è uno stile.

Ben preciso (e non retrogrado o sommario). Che difendo a spada tratta.

Soprattutto per ciò che riguarda 1) la sua dignità, 2) la sua efficacia.

La rigidità degli atleti è prezzo che pagano ad uno stile -appunto- condizionato com’è dalla linea delle imbarcazioni e dalle loro dinamiche in acqua così differenti da quelle del "mobile";

da una meccanica del gesto che arriva dalla frequentazione spontanea della lancia a pesca (frequentazione divenuta agonistica che escludeva troppi pensieri tecnici e taceva dentro il bisogno d’evasione);

da un’applicazione alla preparazione dopolavoristica che trovava -e trova ancora- solo in essa il suo tempo. Caratteristiche ancora vive e salvaguardate da una tradizione.

È un canottaggio significativo e rurale. Significativo anche perché rurale.

Con una natura caratteriale. Una storia di passioni.

I demagoghi fanno capire che nascere nel fisso è una colpa, macchia dell’esser nati in campagna…

Andrebbe spiegato loro che umiltà, sovente, non fa rima con incultura, con grettezza.

Anzitutto dimenticano che il gesto madre è serbato anche nel fisso su jole,

evoluzione della voga "pratica" che serviva per il sostentamento (la pesca, appunto).

Per ciò occorre un metodo di produzione della palata opportuno.

E in linea con la ridotta sensibilità sull’acqua di barche a fasciami e chiglia (il due) o a largo specchio di fondo (il quattro).

Davo per scontato che i detti signori capissero

…che le jole lariane tozze e pescanti divaricano l’acqua premendola "a farfalla", non la filano, avendo propulsione alta e limitata in espressione di lunghezza

…la differenza di compressione delle gambe, limitata ed espressa più verticalmente

…il valore del 25/interasse (25 cm sull’Interasse)

ovvero il posizionamento corretto dell’atleta 177 (hcm) seduto al lavoro in rapporto alla retta che intercorre da scalmo a scalmo.

Forse, abituati a teorie raffinate, si perderanno in un bicchier d’acqua -ho pensato tempo fa-

Invece il fraintendimento prosegue.

Ma prima è bene capirci sul concetto di "stile".

Uno stile è una pratica progressivamente diffusa, assurta a comportamento collettivo.

Legittimata (nel nostro caso) da un’origine valoriale comune a molti.

L’entrata in campo dei tecnici del mobile, nel fisso su lariana, ha stemperato, certo,

certe sciatterie (squadrature, ruvidezze) ed ingenuità del gesto costruente la palata, che da tempo aspettavano archiviazione, così che osservassimo meglio un gesto indottrinato, ricercato e studiato, dagli aspetti utili anche per il nostro canottaggio. Invitandoci ad assonare.

E noi abbiamo potuto ammorbidire le abitudini sedimentate ed un metodo sintetico

-perché approssimativo-, una scuola che l’animosità degli istinti lasciava progredire

troppo lentamente (riordinare la postura delle schiene, per esempio, sempre troppo discese e/o arcuate sul finale). Ma anche osservare curiosamente come al confronto in gara i frutti della loro dottrina non sottomettevano sistematicamente gli atleti di

madretecnica lariana, anzi, come sovente soccombevano (e soccombono tutt’ora).

Così come i migliori atleti di lariana perdono, tutt’oggi sovente, il confronto con gli specialisti della voga su gozzo, etc…

Emblematica è la lunga stagione ai vertici del quattro di coppia seniores del Pallanza

1991-2003, armo tra i più valorosi e anche misteriosi della nostra storia, che ad onta di una voga d’antan, solidamente ancorata alla tradizione più lontana -e non certo presuntuosa di tecnicismi- ha tenuto testa ad equipaggi formati da uomini provenienti dal "mobile", sulla carta improponibilmente superiori per fisicità e preparazione.

Questione tecnica, dunque? In parte, certamente.

Che verte sui due estremi della palata. La fase di attacco ed il finale.

Che su jole eseguiamo troppo lentamente.

Della didattica del "mobile", allora, accettiamo senza batter ciglio l’insistenza sull’incisione precisa e rapidissima dell’ingresso in acqua, diciamo sì all’arte della perizia dell’attacco. Pochi ancora, infatti, nel fisso su jole praticano l’incisione dell’acqua "sul posto" ossia "senza rubare": il retaggio di pesi superiori accusati per decenni ha assuefatti al difetto di "scappare" (ritrarsi) dall’azione

di chirurgico taglio in acqua per tendere presto verso il finale facendosi aiutare col busto in "fuga" anticipata dall’azione di aggancio dopo aver rallentato controproducentemente l’ultimo tratto del ritorno.

Ma nel fsj è ingenuo (cioè non è redditizio) agganciare in acqua avanzata con la leggerezza del solo artiglio

-tanto predicata dal mobile- sì che le gambe esplodano la pulsione necessaria allo scorrimento delle nostre barche …senza che le spalle supportino con "importanza" di tiro il peso in spostamento.

Su jole la stretta (accordo) braccia-dorsali intermediata dal palco spalle entra con importanza (potenza) nel meccanismo di produzione dell’attacco ben oltre la funzione di vericello sensibilizzato a posteriori o chiamato.

Si badi bene: intermediazione attiva, non avallo!

E’azione spiccata, non di accompagnamento.

Ciò vanifica (o meglio limita), sì, il rientro dello sterno, (cfr. Coppola, Pecoraro), ma su jole è necessario.

Questo tipo di "passività" del busto, secondo i canoni precisati dal canottaggio principale, nel fsj è insufficiente e porterebbe ad uno stiramento (leggi irrigidimento e non "abblandimento") anche se si volesse mantenere integro l’aggancio ortodossamente scorrevolistico! …sfumato, asciugato dall’energicità.

La jole è strumento difficile che chiede -per dirla in musica- fiati corti e pressione incisiva e scolpita degli attacchi. Mordenti. Però veloci. Immediati.

Così che la frase (la palata) sia di fibra spessa, in tensione fin dal principio con l’interattività di tutto il corpo.

L’azione d’attacco è sempre stata viscerale, spontanea (anche se oggi s’è fatta più "critica", più consapevole).

La passata, dunque, abbisogna di una anticipata concezione verista dell’attacco (sostanziosa e cordale, e accentata), che inizialmente sovraccarica di energia il mezzo-barca per poi fruttare dal terzo inferiore della frase (posto che il finale sia correttamente armato di via-di-mani).

È una passata addensata, carica.

Fino al finale. Che però andrebbe risolto in codici meno approssimativi e, a volte, meno incongruenti.

Sull’Elba, più leggera, le cose migliorano sensibilmente, ma la proporzione con la spinta dei giovanissimi non consente comunque di mantenere intatto il gesto scorrevolistico che condizionerebbe in sottrazione l’atleta ad uno scorrimento in acqua non corrispondente all’impegno.

Posto che la vogata su jole, osservando il panorama attuale, va migliorata di molto…

la preparazione del busto per il ritorno verso il nuovo attacco -momento topico dopo il finale ed il susseguente via di mani- nel sfj è rimasta forse irrisolto dilemma che si trascina fra i sostenitori del bisogno che la prora scorra in acqua "premuta"

-conservatori- e detrattori che predicano rapidità del rientro perché la punta dell’imbarcazione risalga a fior d’acqua prima possibile;

l’estrazione della pala e lo svincolo (anche nel due, che col favore delle altezze, è più comodo) sono sporchi e macchinosi;

il via di mani va decisamente velocizzato;

il rientro delle natiche verso attacco è spesso errato, (scarrellamento) complice il bisogno di domandare al collo del piede

l’aiuto per tornare con la seduta verso attacco;

in generale, anche in armi blasonati, la spinta di gambe è sottosfruttata. Non vedo

 

 

equipaggi che sappiano trarre il miglior partito possibile dall’

antagonismo/dualismo/ossimoro spinta-tiro, nel quale ancora non si è capito che vince la spinta)

…il fisso su jole non è espressione arcaica da pellegrini della domenica.

D'altronde quando passammo dagli 85 kg del due ai 65 dotandoci dei remi in carbonio superleggero sciogliemmo abbastanza presto il gesto senza che santoni

venissero ad osservarcelo.

Attendo ancora un temerario che abbia il coraggio di dirmi che Mattei e Maggi (due di coppia seniores della Carate Urio titolati nel 1997) remassero impropriamente.

L’aver conosciuto il mobile, nella jole trovò, in loro, compromesso mirabile: ebbero un fraseggio legatissimo e plastico, quasi forbito. Ma ben agganciato di forza.

Furono precursori di un moderno fisso su jole. Una fluidità che non ho più riscontrato fino ad oggi.

Attendo chi abbia il coraggio di negarmi che Rossi e Papa (due di coppia ragazzi

della Germignaga titolati nel 2006) avessero palata non completamente aderente alla

bisogna della loro jole, calcolata com’era anche sugli equilibri del rapporto peso-potenza. Il fisico e lo psicologico.

E che proprio la passata di Alberto Rossi non fosse l’esempio più attendibile tra i giovani di quel che diremmo "vogatore del fisso": certa, schietta, intensa, umile, innervata da quella tenacia superiore che non si compra né s’insegna, e che nasce solo dalla pratica del fisso.

Aspetto che rappresenta un vero e proprio valore aggiunto.

Come certe voci e certi istrionismi mediterranei delle espressioni artistiche nascono solo in un contesto terricolo-passionale come il nostro.

Una tradizione che si rinnovava, insomma.

Oggi, purtroppo, Rossi è passato al canottaggio "superiore".

Le velleità scorrevolistiche hanno sottratto, però prima ancora, Cristian Bottesin (Laveno, Cerro, Renese), caso singolare di uomo col crisma "lariano", alla certezza di divenire una moderna icona del fisso, avendone avute tutte le caratteristiche a partire dal privilegio divino della forza tellurica. Poi una struttura da vero jolista nella peculiare distribuzione delle "benedizioni" fisiche.

Suo discendente diretto è lo spettacolo naturale di forza che offre lo juniores Filippo Luca (Caldè), ostinato, però, a non approfondire la sua palata grossolana.

E altri ancora. Realtà che vanno e che vengono, dei laghi, dei fiumi e del mare. Ma che dicono una tradizione viva.

Per contro si può ragionare su tante stranezze o superficialità della vogata da fisso:

una fra tutte l’eccesso di espressione in attacco (quindi verso poppa) del quattro seniores del Nesso 2004-7 nella voga di coppia.

Tanto per esempio.

Ma sono credi e forse comodità espressive di una palata

tradizionalmente più corta della media.

Cose, queste, comunque nostre.

E del tempo prossimo se avremo la volontà di parlarne, ma fra noi del fisso.

Le barche sono ancora migliorabili. Non vedo ancora vicino il capolinea, cioè l’impossibilità di ulteriore evoluzione. Qualche anno fa ha attraversato la Federazione un’idea di equiparare il fondo della jole a due a quello piatto del quattro slabbrando la bordura superiore similarmente all’elba, ma non se n’è fatto nulla; così come si potrebbe oggi allungare il quattro, meglio

distribuendo i settori delle voghe, e riducendolo a 90 chili.

Ciò ci aiuterebbe a snellire altre grossolanità.

Ma i problemi sono semmai altri: il ricambio dei settori tecnici, che c’è stato, ma con scarsi talenti.

Non giova la riottosità delle canottieri verso i giovani (tra i quali si spera qualche dotato) che si offrirebbero alla guida tecnica, maldisposte ad accordar loro i tempi naturali dell’apprendimento e degli errori, né che spiriti liberi difficili da gestire non scendano facilmente a compromessi frenando i progetti di sviluppo e le epopee.

E non raccolgano il testimone della difesa dello stile.

Testimone che non dovremmo cedere ad estranei.

Per questo auspico che ci s’incontri sul tema fra allenatori ed aspiranti preparatori abbattendo le ritrosie e i campanilismi sciocchi verso un proposito di confronto, consociato di sviluppo.

Non mi risulta che ai corsi allenatori si parli di "stile fisso". È bene che s’incominci.

In sostanza bisogna che il fisso su jole si riconosca segnato da uno stile franco, evidente e utile a se stesso.

Aperto alle migliorie, certo, ma sicuro di se stesso e del fatto suo.

In barba ad ogni relegazione localistica.

Insomma, il fisso merita rispetto. La tecnica su lariana è uno stile. Vero e proprio. Legittimato da un’origine nobile proprio perché modesta, da un passato raggiante e ringhiante di generosità sincera, cioè nobile d’animo perché nato come bisogno di uscire da sofferenze indicibili.

Origine che difendo con le unghie e coi denti. Come i miei vecchi difendevano il colore e la bandiera del proprio paese.

Denigrare il fisso è patetico. E "paraculistico". E significa non aver capito il suo valore. I suoi valori.

E se i ragazzi, nella voga, hanno il marchio del fisso, se vengono additati perché vogatori del fisso significa che hanno assorbito una tradizione, che sono divenuti tradizione.

Per loro fortuna.

Se i tecnici olimpici hanno difficoltà a smontarli …non m’importa un bel niente!

Dove sta scritto che il nostro canottaggio debba alimentare "quell’altro"?

Giuseppe Reggiori

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